KILL PILLS

Racconto distopico futuristico

pubblicato sul sito:

www.ilovezombie.it

 

 

“Hai ancora intenzione di andare fino in fondo, allora?” Gli chiese lei.

“Sì.”  Annuì lui.

Erano seduti nella dinette dell’angolo cucina della loro piccola roulotte, bevendo caffè e fumando sigarette. Lei indossava l’uniforme dell’Esercito della Salvezza e si stava preparando ad affrontare l’ennesimo doppio turno, per la terza volta questa settimana. Lui aveva abbandonato il ruolo di lavoratore subordinato ormai da diverso tempo ed era ancora in mutande.

“Quando pensi di farlo?” Chiese dopo una pausa.

“Forse domani. Probabilmente intorno all’ora di pranzo.”

“Naturalmente avrai anche già deciso come?”

“Con le nuove kill pills. Credo siano la soluzione migliore. Ti addormenti dolcemente e ti risvegli da qualche altra parte. Tutto molto semplice. Le ho ordinate su Amazon, erano in offerta: prendi due e paghi uno. Mi sono arrivate giusto ieri pomeriggio mentre eri al lavoro. Pensa, col servizio Prime non ho neanche pagato la spedizione. Se vuoi ce n’è una anche per te.”

Lei si accese un’altra sigaretta facendo finta di non aver sentito l’ultima parte delle sue parole. Mentre guardava fuori dal finestrino, buttò fuori più fumo possibile.

“E se ti ritrovassi in un posto immondo?”, sottolineò. “Cosa faresti?”

“Vuoi dire come l’inferno?” Disse con un piccolo sorriso. “Lo sai che non credo in quelle cose.”

“E se esistesse veramente?”, insistette. “E se fosse tutto vero, e la tua determinazione a commettere un peccato mortale ti portasse lì?”

Sospirò e versò due caffè. Era il loro terzo bicchiere quella mattina. “Se esistesse una cosa come la dannazione eterna, allora io, probabilmente, sono destinato ad andarci lo stesso. Quindi il suicidio mi ci porterà direttamente tagliando fuori tutte le fermate intermedie.”

Lei lo fissò incredula, con gli occhi spalancati per alcuni secondi, poi scosse la testa.

“Stai versando nel cesso tutta la tua vita. Ogni goccia di essa.”

Lui si strinse nelle spalle. “Alcune persone semplicemente non sono tagliate per questa vita. Credo di essere uno di loro.” Lei cercò di interromperlo, ma lui alzò la mano per fermarla. “Pensaci. Non ho mai avuto degli amici stretti, nemmeno da bambino. Da adulto, non ho mai avuto alcuna motivazione per la mia vita. È come se io stessi sempre aspettando: che accada qualcosa, quel qualcosa mi porti via da tutto questo e che mi dia finalmente uno scopo. Purtroppo non succede mai. Oppure queste kill pills sono ciò che stavo aspettando. Saranno il veicolo per il mio cambiamento.”

“Quelle cose sono una maledizione. Sai quanta gente incontro, che si sta buttando via con quelle? Ma dico io, sai che lavoro faccio, cerco di salvare la gente dalla follia del suicidio per futili motivi e proprio tu ti convinci che non avresti altra soluzione alla tua fantomatica “depressione”?”

“Ma io non sono depresso. Ho deciso di esplorare il dopo. Comunque le Kill Pills sono state autorizzate dal Governo quindi non capisco tutta questa demonizzazione che si sta creando intorno. Sai che da quando le hanno messe in commercio, l’azienda che le produce sta facendo affari a palate?!”

“Chiediti il perché? Autorizzare l’eutanasia e il suicidio facile è stata una mossa furba dello Stato. È ingegneria sociale. Vogliono liberarsi dal peso della gente che viene considerata in eccesso e, come ben sai, mi sono arruolata per combattere questa politica farneticante. Non stiamo parlando solo di persone malate ma di chiunque abbia da recriminarsi qualcosa. Anche la motivazione più stupida.”

“Mi meraviglio che tu non te ne renda conto” disse lui, “in realtà il tuo lavoro che consiste nel cercare di convincere gli aspiranti suicidi a ripensarci, non è altro che un modo per mettere a posto la coscienza collettiva nei confronti di chi sceglie autonomamente di suicidarsi. Converrai con me che la tua funzione è analoga a ciò che succedeva nei tempi passati con il fumo o il gioco d’azzardo. Anziché abolire il gioco si creavano dei corsi contro la ludopatia. Anziché abolire le sigarette si facevano dei corsi per smettere di fumare. In pratica non volevano risolvere il problema sul quale campavano e sul quale campi anche tu. Perché ora succede la stessa cosa. Se non ci fosse questa fantomatica “emergenza suicidi”, come la chiamate voi, saresti a spasso, disoccupata.”

“Ma cazzo! Vedi che proprio tu, aspirante suicida inutile, mi stai spiegando perfettamente la questione e nonostante tutto ti ostini a portare avanti il tuo progetto…”

“Comunque è un mio diritto”, affermò lui.

“Ecco la stronzata che aspettavo di sentir dire. Ormai pensate di avere il diritto per qualsiasi cosa.  C’è un eccesso di diritti garantiti. La situazione è sfuggita di mano. Non è possibile venga addirittura riconosciuto il diritto a morire a chiunque ne abbia voglia.” Stava aumentando il tono della voce. Si stava alterando decisamente.

“So come la pensi, ma devi accettare come la penso io. Sui diritti non si discute”, le disse con calma. Lei si zittì.

Scese un silenzio gelido e solo dopo qualche minuto lei si allungò attraverso il tavolino e afferrò la sua mano. Era ferma e asciutta, notò, mentre lei si sentiva fredda e sudata.

“Siamo ancora così giovani” gli disse. “Potremmo trovare uno scopo stando insieme. Potremmo sposarci. Viaggiare. Andiamocene ora. Basterebbe che tu non lo facessi. Non adesso almeno. Aspetta un anno. Forse appena sei mesi. Rifletti sulle possibilità del nostro futuro insieme.”

“E dopo mi sentirei esattamente come mi sento ora.” Sospirò per la frustrazione. “Questa è l’unica soluzione.”

Ritirò la mano. “E se fossi incinta?” tentò una carta vincente. Lui alzò gli occhi dalla sua tazza di caffè.

“Lo sei?” Per un attimo fu tentata di mentire. Ma se ne sarebbe accorto. Era una bugiarda terribile.

“No!” ammise. “Ma potrei esserlo. Potremmo avere una famiglia nostra. Com’è come motivazione?”

Sospirò per la frustrazione. “Sarebbe un cambiamento positivo solo momentaneo. Lo so già”. Il suo viso si fece duro.

“Posso fermarti”, disse lei con rabbia. “Posso sedermi qui e guardarti. Forse anche chiamare la polizia e farti arrestare fino a quando questa follia non ti passa.”

“Tesoro non potrai stare seduta con me per sempre” disse con un tono di voce esasperato. “E anche se riuscissi a farmi internare in qualche manicomio, quando il medico verrà a controllarmi basterà che io gli faccia un sorriso e lo ascolti ossequioso. Poi farò finta di riconoscere quanto io abbia sbagliato e allora tutti ci faremo una grande risata. Alla fine, prima o poi mi lasceranno andare.” Si chinò verso di lei. “Non sarebbe più facile se mi lasciassi fare a mio modo? Senza coinvolgere nessun altro?”

“Ma dannazione, perché non vuoi accettare che qualcuno ti possa aiutare?” singhiozzò. Non pensava che avrebbe avuto ancora lacrime da piangere, ma ora una cascata in piena le scendeva lungo le guance. Lui si alzò si sedette accanto a lei.

“Tesoro, non mi puoi aiutare”, le disse, e prendendole il mento la costrinse a incontrare il suo sguardo. “Nessuno mi può aiutare, perché non ho bisogno di aiuto. Lo sai che ho già visto alcuni dei migliori medici e terapisti. Tutti dicono che non sono depresso o delirante. Non sento le voci e non credo di essere Dio. In pratica sono sano e razionale come te.”

“Vuoi dire… a parte il fatto che hai deciso di suicidarti!” sputò fuori di botto e allontanando repentinamente da sé le mani di lui.

“Guarda, te lo ripeto semplicemente, penso di non essere adatto a questa vita, soprattutto a come si aspettano che noi dovremmo viverla”, disse, e per la prima volta a lei sembrò di rilevare una traccia di impotenza nella sua voce. “Sei mai stata in ritardo per un appuntamento, ma hai mille altri luoghi da visitare prima di arrivare a destinazione? Come quando stai per arrivare allo studio del medico, ma prima senti il bisogno di fermarti al negozio di alimentari a comprare qualcosa per la cena. Poi passi in edicola perché ti hanno messo da parte i fumetti del mese. E infine ti fermi in biblioteca per restituire alcuni libri prima che scada il termine.”

“Certo, lo so perfettamente.” Sbottò lei interrompendolo. “A tutti capitano simili giornate.”

“Ma questo è quello che sento come ogni giorno. In pratica, ogni secondo che passo qui mi toglie da dove dovrei veramente stare.” Sentenziò.

Si alzò e uscì dalla roulotte. Si fermò a due metri dalla porta con le lacrime che gli rigavano il viso contratto in un’espressione di rabbia. Guardò l’orologio e si rese conto che era tempo di andare al lavoro. Non ne aveva voglia. Si girò, lui era sulla soglia della porta e la guardava impassibile. Troppo impassibile.

Infine, si avvicinò a lui ed egli fu sorpreso di vedere che le lacrime si erano fermate. Ora lei aveva uno sguardo di deferenza calma sul suo viso. Quando parlò, il suo tono era freddo come il ghiaccio e gli occhi socchiusi come lame di rasoi.

“Bene!” disse, “tu sei convinto che questa sia l’unica opzione possibile. Così sia. Io non pretendo di sapere quello che ti senti. Certo che no. Ma se vuoi fare sta cosa, se davvero vuoi farla, devi prendere tutte le tue cose con te.” Lui la guardò confuso per un momento.

“Hai capito bene! Voglio che tutto quello che possiedi, sia fuori di qui per quando tornerò a questa specie casa. Poi potrai fare tutto ciò che stai desiderando.”

“Ma… perché?” chiese.

“Perché, quando torno, se la tua roba non sarà più qua, forse potrò far finta che tu sia sparito. Penserò che mi hai tradito con qualcun’altra e te ne sei andato con lei. Allora forse non sarà poi così male accettare la tua assenza.”

La sua voce s’incrinò di nuovo e per un attimo lui ebbe paura che stesse per ricominciare a piangere. Ma lei lo guardò solo per un momento con un’espressione che gli spezzò il cuore; poi, dopo essere rientrata nella roulotte e aver raccolto il cappotto, se ne andò.

Lui prese le kill pills dalla tasca le guardò: una era rossa, l’altra blu. Le mise in un bicchiere appoggiato sul tavolo. Andò a fare le valigie.

Nel frattempo lei salì in macchina promettendo a se stessa che questa era stata la prima e ultima volta che aveva ceduto alla confidenza intima con una pratica di tentato recupero da suicidio futile previsto dal protocollo di tutela governativa per la verifica finale delle decisioni autonome. Per esperienza sapeva che queste cose non finivano mai bene, e infatti la Pratica SKP25846 si poteva dire verificata e conclusa: soggetto irrecuperabile.

Premuto lo starter, il visore dell’abitacolo si animò. “Karen, sei in ritardo, ti è stato affidato un nuovo caso da verificare. Pratica suicidio futile nr. 78659, sbrigati che sembra che non stia nella pelle. Ha appena ritirato le pillole”.

“Agli ordini capo” disse con voce rotta dalla tensione.

“Cosa fai? Piangi?”

“No, no, era solo un bruscolino nell’occhio” disse non troppo convinta.

“Non puoi farti vedere così, datti una sistemata. Mai cedere all’emozione. Sangue freddo e determinazione. Ti inoltro la destinazione al gps.”

“Certo Signore, non si preoccupi.”

Spense il visore, accettò l’indirizzo della nuova pratica e inserì il pilota automatico. Aveva una vita da vivere, altre vite che potevano essere salvate. Uno stipendio da salvaguardare.

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Diga Zombie by www.ilovezombie.it

diga zombie

Il 3 settembre 2017 l’esercito Zeta si spinge fino al confine est europeo e comincia a mietere vittime tra civili e soldati, reclutando nelle sue fila migliaia di sopravvissuti in fuga.

Dalle voci che circolano potrebbe essere che questa,  situazione sia stata ingigantita dagli osservatori posizionati lungo la linea di protezione e da alcuni elementi dei governi più esagitati, Stati Uniti e Russia in primis. L’idea sarebbe quella di guadagnarsi maggiore sostegno da parte dell’ONU e della comunità internazionale in generale per un intervento su larga scala.

Tuttavia lo stesso giorno, il mio plotone – i tiratori scelti del 9º Reggimento d’assalto incursori paracadutisti “Col Moschin” – è messo in preallarme. Al momento siamo al BAI di Pisa, la Base Addestramento Incursori all’interno del parco regionale di San Rossore.

Non appena ci giunge la notizia dell’aggravarsi della situazione al confine, ci mettiamo in fila presso il deposito munizioni della base per fare scorta, poi tappa dal barbiere per il taglio tattico.

Una squadra logistica viene spedita a fare compere al centro commerciale poco distante la base. Dobbiamo festeggiare la nostra partenza e soprattutto caricarci per bene. Quindi una montagna di birra, damigiane di vino scadente e vecchi film a tema da guardare in dvd. Vanno per la maggiore “28 giorni dopo” e “L’alba dei morti viventi”, ma anche “Zombieland” e “30 giorni di buio”. Immancabili i classici di guerra come “Platoon” o “Full Metal Jacket”, oltre a roba più moderna del tipo “American Sniper”, “Black Hawk Down” e i documentari sulla guerra del golfo. Dobbiamo entrare nello spirito giusto per ciò che ci aspetta.

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AAA POSTO SICURO VENDESI – da www.ilovezombie.it

La pubblicità eruppe nel televisore con la solita musichetta stordente necessaria ad attirare l’attenzione. Fabio non poté fare a meno di guardarla.

AAA POSTO SICURO VENDESI - ZOMBIE

Scena apocalittica, zombie che corrono, case in fiamme, esplosioni, persone disperate, qualcuno viene squartato. La telecamera si sposta in un appartamento. Viene inquadrata una famigliola seduta al tavolo intenta a pranzare allegramente. Dentro casa è tutto tranquillo mentre fuori imperversa l’inferno.

Entra in scena il testimonial che lancia lo slogan dell’azienda: IN CASO DI APOCALISSE, ASSICURATEVI UN POSTO AL SICURO!

Solo per oggi! I primi dieci che chiameranno avranno la prelazione sul pacchetto All Inclusive. In sovraimpressione passano i numeri di telefono. Rivolgetevi all’Agenzia Posti Sicuri più vicina. È un messaggio Pubblicità Regresso, Autorizzazione Concessa dalla CpE (Compagnia per l’Evacuazione).

Fabio prese nota mentalmente. Si alzò, si diresse verso il mobile dell’ingresso dove era installato il telefono fisso, afferrò la cornetta e compose il numero.

CONTINUA A LEGGERE IL RACCONTO A QUESTO LINK: http://www.ilovezombie.it/?p=3509

Fame notturna

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Un racconto horror che è stato pubblicato sul sito WWW.ILOVEZOMBIE.IT a questo link

Ci siamo accampati lungo le sponde di questo laghetto di cui ignoriamo il nome. Intorno a noi ci sono i rigogliosi boschi piemontesi. Dalla Val Vigezzo la nostra compagnia di spazzacamini è diretta a Milano per il consueto periodo di pulizia delle canne fumarie. Va fatto prima che arrivi l’inverno. Di questo passo ci vorranno ancora tre giornate di cammino per arrivare a destinazione. A complicare il tutto poi, c’è stata una tromba d’aria. Ha abbattuto numerose piante che sono diventate d’intralcio al passaggio dei nostri carri. Quindi abbiamo dovuto deviare il percorso che ci ha portato su sentieri sconosciuti. Il bosco ci ha accompagnato per tutta la giornata. Sembrava non finire mai e stava pure arrivando sera. Poi ad un certo punto siamo sbucati su uno spiazzo erboso che si affaccia su questo specchio d’acqua. Non ci è sembrato vero.

Il Padrone ci ha ordinato di sistemare i carri a semicerchio e di accamparci per la notte. Da un lato il bosco e dall’altro il lago. Sulla riva c’é un pontile malandato e probabilmente inutilizzato da chissà quanti anni. Abbiamo acceso un bel falò per asciugarci dall’umidità della natura. Piero e Tonio hanno anche buttato una rete da pesca ma senza fiducia.

Nel frattempo è arrivata la mezzanotte e il falò è ridotto a brace, sto affrontando il turno di guardia così come ha comandato il Padrone. Per il momento intorno c’è silenzio. Il lago produce solo un leggerissimo sciabordio che accarezza i pali di sostegno del pontile. Sdraiato sulla paglia per i cavalli mi godo la volta celeste. Abbiamo mangiato carne secca perchè la rete da pesca alla fine è rimasta vuota. Sandruccio mi raggiunge. E’ lo spazzacamino più piccolo della compagnia e lavora in coppia con me. Lui fa il lavoro sporco. Gratta la fuliggine nei comignoli più stretti mentre io lo sorreggo con le corde dall’alto del tetto.

Di notte ha sempre voglia di parlare. Io preferisco fumare ma lo ascolto sempre volentieri, almeno mi tiene sveglio. Di solito mi parla della sua famiglia, dei sacrifici che suo padre fa per trovar da mangiare ai suoi sette fratelli. E’ per questo che quando arriva l’estate viene affidato al Padrone. Una bocca in meno da sfamare.

Sandruccio è rimasto in silenzio per un po’ con gli occhi rivolti all’insù a scrutare le stelle. All’improvviso abbassa la testa e mi guarda. Sta per dirmi qualcosa quando sposta lo sguardo dietro di me. Il terrore gli irrigidisce il volto. Lo vedo spalancare la bocca e sgranare gli occhi. Emette un urlo strozzato e si butta all’indietro. Compie una capovolta e finisce per sbattere la testa contro il legno duro di una ruota del carro. Perde i sensi.

Con un brivido che mi corre lungo la schiena, pur non sapendo cosa aspettarmi, mi volto a guardare cosa abbia provocato nel mio compagno quella reazione.

Emergendo dal fondo del pontile, c’è un’enorme mano viscida. Dalle lunghe dita gocciolanti, pendono alghe e molluschi dalla conchiglia antica. Mentre le guardo con orrore, quelle dita melmose e ossute fanno presa sulle assi di legno. Facendo forza permettono a uno spaventoso incrocio tra ciò che resta di una forma umanoide e un kraken leggendario, di issarsi fuori dall’acqua. Subito appare un gigantesco cranio verdastro lucido mezzo scarnificato. Riflette la luce della luna. Gli occhi sono solo fessure, come tagli obliqui in una membrana cartilaginea. Mostra una bocca bavosa che si apre vorace mostrando fauci aguzze, labbra carnose e una lingua tentacolare. Si porta sempre più in alto. Il corpo è un monoblocco squamoso di pelle traslucida quasi trasparente. Sotto di essa s’intravede una specie di cassa toracica che si muove ritmicamente. In qualche modo sta respirando.

Lo osservo rapito e disgustato. Il mostro è ormai interamente sul pontile. Al posto delle dita dei piedi ha un groviglio di tentacoli che si muovono vorticosi. Le gambe si spostano strisciando veloci grosse come tronchi d’albero. Sembra privo di ginocchia. È ricoperto di melma fangosa ed emana un puzzo nauseabondo che m’investe.

Quell’insieme di assi e palafitte malconce s’inclina pericolosamente sotto la mole di quell’essere immondo. Deve avere un peso enorme. L’ominide si trascina dietro la rete da pesca fradicia. Con un tonfo la lascia cadere sul ponte. E’ piena di alghe e poltiglia mista a qualche mollusco e piccoli pesci. Questi, lontani dal loro ambiente naturale si dimenano e qualcosa sfugge. L’ominide è in cerca di qualcosa, ruota la testa annusando l’aria.

Vicino al carro delle provviste ci sono i barili ricolmi di carne secca e le forme di formaggio d’alpe che erano stati aperti per la cena. L’odore di quel cibo è molto forte e la creatura lo sente. Annusa sempre di più. Con un rapido balzo che non avrei pensato possibile, si avventa sui barili con l’enorme bocca spalancata. I denti aguzzi dilaniano il legno. L’ominide con pochi e devastanti morsi divora ciò che trova.

Il rumore richiama Tonio, uno degli spazzacamini anziani, che era di guardia sul tetto del carro del fabbro. Sento che urla: “Chi è là?” mentre scende rapido le scale laterali e si avvicina.

L’ominide gli va incontro travolgendolo. L’uomo urla di terrore e cerca di scappare ma è troppo tardi. La creatura allunga le sue mani enormi e lo afferra per le spalle attirandolo a sé. La testa scompare nella bocca cavernosa. Sento uno schiocco e il corpo dello spazzacamino cade a terra tra gli schizzi di sangue. Dopo aver sgranocchiato la testa, il mostro alza di nuovo il corpo tenendolo bene in alto. Inizia a scuoterlo come se fosse un sacco vuoto e poi a strizzarlo con movimenti rapidi e possenti delle mani. In pratica lo sta spremendo. Con la lingua tentacolare assapora questa spremuta umana. Sul terreno si formano dei rivoli misti acqua putrida e fluidi corporei. L’odore è sempre più nauseante.

Mi faccio piccolo piccolo in un angolo e cerco di non farmi vedere. Sento trambusto. Anche l’altro uomo di guardia è stato attirato dai rumori. Lo vedo rifugiarsi dentro al carro con le cuccette chiudendo dietro di sé la pesante porta di legno.

Ora in mezzo al campo è tutto un macello: il falegname e il maniscalco, attirati dalle urla, sono usciti in mutandoni. Vedendo l’ominide scappano gridando terrorizzati. Si rintanano anche loro dentro la baracca viaggiante. Le ruote dei carri cigolano. I cavalli legati all’albero incominciano a scalciare e a nitrire come forsennati. Il fabbro, tirato giù dal letto dai rumori, dopo aver visto, fugge anche lui. Prende la strada del bosco in tutta fretta e fa appena in tempo a non farsi afferrare. Purtroppo, cercando riparo, si scontra con uno zoccolo durissimo di ronzino che lo manda a sbattere contro un albero. Sento che bestemmia. Tutto normale. Si rialza e scappa.

Fino ad ora ho dimenticato di essere anch’io in pericolo. I pochi minuti passati sembrano far parte di un sogno orribile. Adesso, però, ridestato dall’orrore che mi ha letteralmente paralizzato, mi muovo in cerca di salvezza.

Mi viene in mente Sandruccio. Dov’è finito? Mi guardo intorno e lo scorgo privo di sensi, dove è caduto poco prima. Proprio lì vicino al piccolo carretto degli attrezzi che ci portiamo a rimorchio. La paglia per i cavalli lo protegge dalla vista del mostro. La porta è solo socchiusa. Decido che ci ripareremo lì dentro. Devo solo trovare il momento giusto per balzare verso quella direzione.

Continuo a tenere d’occhio quell’essere. Mi sembra quasi impossibile che fino ad ora l’ominide mostruoso non ci abbia visto. Non faccio in tempo a formulare questo pensiero che quella testa grottesca, mezzo polipo e mezzo uomo senza occhi, si gira verso di noi. Muove le grosse labbra come se stesse succhiando.

Lo posso sentire mentre assapora il puzzo del nostro sudore ghiacciato dalla paura. Emette un rantolo cavernoso che sembra interminabile. Vedo i piedi tentacolari arrivare verso di noi. Lascia dietro di sé un’impronta di bava. Capisco che non c’è un secondo da perdere. Afferro Sandruccio per le ascelle e lo trascino velocemente dentro al carretto. Chiudo rapido la porta. Speriamo bene.

Dopo essermi assicurato che la botta rimediata da Sandruccio non sia grave, vado a guardare fuori dalla finestrella. La creatura si sta aggirando intorno cercandoci. All’improvviso sento un tonfo e il vetro si oscura. Mi ritraggo impaurito. Il palmo squamoso dell’enorme mano copre l’apertura. Ci ha trovato, è la fine. Poi però, mentre maledico l’evidente fragilità di quelle pareti in legno, la creatura si sposta. Passano due secondi e sento un grido acutissimo. Poi rumore di carne e ossa che si spezzano e il suono di mandibole che masticano. Sono passati pochi minuti da quando scrutavo le stelle, eppure sembrano essere passate delle ore. Ho sudato diciotto camicie ma non ne ho mai avute così tante. Intanto il grido all’esterno ha fatto riprendere Sandruccio. Si muove, si strofina gli occhi e si mette a sedere. E’ ancora mezzo stralunato. Mi avvicino al suo orecchio e gli raccomando di non fare rumore. Mi chiede cosa ci fa lì dentro.

“Siamo nel carretto degli attrezzi. Ti ho portato io per metterti al riparo” gli dico sottovoce.

Si guarda meglio intorno e cerca di alzarsi:“Al riparo da chi? Ho fatto un brutto sogno. C’era un mostro.”

“No. Purtroppo è tutto vero e stai zitto. Muoviti il meno possibile. E’ ancora lì fuori.”

“Oddio ma allora non era un incubo. Moriremo anche noi.” Incomincia a singhiozzare.

“Non fare così. Smettila. Solo se stiamo qua dentro in silenzio, ce la faremo” gli sussurro deciso.

Respira a fatica, allora gli allento il colletto della camicia e gli passo un mestolo d’acqua che ho preso dal barilotto che c’è nell’angolo del carretto.

“Bevi e datti una calmata”.

“Ho sentito un grido là fuori. Chi era?” mi chiede.

“Dalla voce doveva essere Piero” l’ho riconosciuto dall’acuto da tenore. Impossibile non riconoscerlo. Cantava sempre mentre guidava il carro per andare in città.

Sandruccio quasi non crede alle mie parole e si avvicina alla finestra per guardare fuori.

“Oddio, quella cosa è gigantesca. Lo sta mangiando. Non voglio finire così” è pietrificato dal terrore.

Vado a guardare anch’io. Ciò che rimane di Piero giace a brandelli sul terreno. Scorgo gli stivali e parte di una gamba. L’ominide tiene in mano un braccio e se lo sta sgranocchiando. Il resto è solo poltiglia mezza sputata.

Penso che l’unica cosa che possiamo fare sia sperare che se ne vada ormai sazio. Arriverà mai la luce del giorno? Mi metto in ginocchio vicino al barile dell’acqua. Sandruccio si è raggomitolato e piange sommessamente. Non ho neanche la forza di dirgli di smettere.

Non so quanto tempo sia passato. Torno davanti alla finestra e mi metto in ascolto, ma non sento alcun suono. Il cuore mi batte fortissimo. Tutto fuori appare stranamente buio: forse la luna è oscurata da una nuvola. La luce va e viene. E’ l’ominide che continua a spostarsi. Qualcosa picchia sul vetro ma non capisco cosa sia. Come colpito da un proiettile la finestra va in frantumi. Una cosa lunga e viscida entra per un metro buono all’interno. Preso dal panico, indietreggio e mi rifugio nell’angolo più lontano. Una puzza nauseabonda sta impregnando l’aria. Mi rendo conto che è la sua lingua tentacolare. Si muove in questo piccolo spazio vorticando. Sarebbe in grado di afferrarmi e stritolarmi. Vedo che si sta pure gonfiando mentre qualcosa da fuori spinge contro la parete in legno. Vuole entrare a tutti i costi. Sento le assi scricchiolare.

La lingua continua a vorticare intorno alla ricerca di una preda. E’ sempre più lunga e gonfia. Nel frattempo la parete si sta sfondando.

“Sandruccio, spostati da lì. Mettiti al riparo” urlo rauco al mio compagno. Lui si alza da dove era rintanato e va a nascondersi sotto a un tavolino pieno di arnesi. Questi incominciano a cadere a terra. La lingua si dirige, allora, verso la fonte di rumore. Nel tentativo di allungarsi sempre di più per afferrare Sandruccio, la parete cede sotto il peso dell’ominide. La morte orribile si avvicina sempre di più. Ora non c’è più nessuna barriera tra noi e il mostro che si fa largo all’interno del carretto. E’ così grosso che deve rimanere piegato ma questo non gli impedisce di avventarsi su Sandruccio che è il più vicino.

Con un colpo secco la creatura sfascia il tavolino. Per il mio compagno non c’è speranza. Lo afferra mentre lui lancia un grido terrificante. Lo spezza in due come se fosse un pezzo di pane secco. Gli schizzi di sangue inondano la stanza. Io sono a poco più di un metro dalla sua bocca masticante.

“Bastardo, lascia Sandruccio” grido, tremando come una foglia. Vedo la mia fine. La creatura si dimena con il corpo del mio amico tra le fauci. Mi spinge di lato. Lui continua a mangiare. Cado vicino a ciò che resta del tavolo del falegname. Proprio in mezzo agli attrezzi caduti, mi ritrovo a fissare un punteruolo accuminato. L’afferro. E’ poco più lungo di un coltello ma meglio di niente. Mi alzo con l’arma ben salda in pugno e incomincio a menare fendenti. Il punteruolo affonda tra le squame. Riesco a disturbarlo. Lascia andare gli avanzi di corpo del mio amico. Ora è tutto per me. Si ferma e mi guarda con quei tagli che si ritrova al posto degli occhi. Sono palpebre serrate. La pelle del viso è squamosa; ha una consistenza gelatinosa di un color bianco perlaceo. Il puzzo intorno aumenta. Anche i miei conati di vomito. La bocca carnosa si apre e la lingua tentacolare schizza in avanti nella mia direzione.

La scarto di lato e abbasso violentemente e in rapida successione la mia arma. Compie egregiamente il suo lavoro. I colpi vanno a segno trapassando più volte quei tentacoli viscidi.

Dalle ferite incomincia a sgorgare una sostanza verde schiumosa. Il mostro rotea le braccia cercando di afferrarmi. Con una sedia mezza rotta, lo tengo distante. Riesco ad arrivare in corrispondenza del varco nelle assi della parete che la creatura ha provocato.

Fuggo il più veloce possibile. C’è un solo posto dove potrei avere una possibilità di salvezza e non intendo farmela scappare.

Con rapidi balzi arrivo alla scala che porta sul tetto del carro del fabbro. Di solito per le notti di guardia, c’è sempre un moschetto di riserva con la palla in canna e lo stoppino inserito. Spero di non sbagliarmi.

Salgo velocemente e, come pensavo, lo trovo. Sento la creatura dietro di me. Se salisse qua sopra non avrei scampo. Allora scendo in fretta e furia e mi dirigo verso il pontile. Cerco di muovermi all’indietro tentando di prendere la mira. L’ominide si avvicina rapido. Alla luce della luna vedo che sta ancora schiumando dalla bocca. Emette gorgogli come se stesse soffocando ma non voglio sapere se sia così. La testa gigantesca è davanti a me. sento le assi del pontile sotto i miei piedi. Sparo. La palla di moschetto esplode poderosamente. Lo scoppio mi rende sordo. Davanti a me il fumo dello sparo non mi permette di vedere cosa sia successo ma sento un tonfo sordo e uno scricchiolio di assi che si spezzano. Lascio cadere l’arma e fuggo verso i carri. Non appena raggiungo l’erba, m’inginocchio esausto. Spero che il colpo l’abbia centrato. Dietro di me sento un tuffo nell’acqua. Mi volto e vedo che il pontile è crollato insieme alla creatura. Quasi non mi sembra vero. Sento che si sta alzando una brezza particolamente fresca che spazza via rapidamente il fumo. Mi avvicino alla sponda e vedo il corpo del mostro mezzo ominide e mezzo kraken che galleggia nell’acqua nera insieme ai resti del pontile. La testa è esplosa. Giace immobile e lentamente affonda. Faccio per tornare verso il campo. Da questa distanza la scena è devastante, è tutto in subbuglio, a terra sangue e muco verde sono dappertutto.

“Per tutti i diavoli di montagna! Che caspita succede qui!” sbraita Padron Beppe spalancando la porta della suo carro. Esce in braghe di tela e canottiera sudicia. In mano ha la sua solita bottiglia di barbera. Dietro di lui si accoda la donna del bordello che si è portato dietro quando siamo partiti. È mezza nuda e ha una faccia stravolta.

Il Padrone si avvicina la bottiglia alla bocca, fa un lungo sorso poi incomincia a maledire tutto quel casino. “Non si può neanche scopare in santa pace che voialtri ne combinate sempre una”.

Guarda sulla porta il buco lasciato dal proiettile che ha trapassato la testa del mostro, si stropiccia gli occhi e si da una sistemata ai capelli arruffati.

“Vi sembra il momento di giocare a tiro a segno? Siete la compagnia di spazzacamini più malandata che abbia mai avuto!” urla. “Vi dimezzerò la paga per un mese. Dovrete ripagarmi di questi danni”.

Poi dopo essersi grattato vigorosamente le palle si rivolge a me come se niente fosse:“Ragazzo preparami la colazione. Portami il fomaggio e altro vino. Muoviti”.

Non aspetta certo la mia risposta. È già rientrato nel carro portandosi dietro quella povera donna.

Sta spuntando il sole. Mi lascio cadere sulla paglia. E’ stata una lunga notte. Sandruccio non c’è più e anche parte della compagnia è morta. Guardo l’acqua del lago che nonostante la luce è di un nero profondo. Non avevo mai visto un colore così scuro.

Ho voglia di dormire e non pensare a ciò che è successo ma non posso. Sento il Padrone che sta urlando di nuovo:“Ragazzoooo, dove è il mio formaggio???”

GIAPPOCALISSE part 3

La sofficiosità di un prato ricco di margherite primaverili mi solletica la pianta dei piedi, l’aria frizzantina accarezza il viso. In mano ho un barattolo di Nutella, affondo due dita nella crema degli dei e me la porto alle labbra. Non c’è niente di più buono al mondo. Mi giro e chiamo Tyrion il mezz’uomo: “Hey amico portami della birra”. Lui mi guarda schifato e mi dice che ha solo Vinoh imitando Re Robert il grasso ubriacone. “Vabbè dai portami quello, fa lo stesso”. Insieme brindiamo “alle Tette!” con le caraffe che sbattono. All’improvviso una folata di vento gelido mi avvolge. Sento il freddo entrarmi nelle ossa. Ne cerco la sorgente ma non la trovo. Tyrion è sparito così come il vino. Sento la testa che mi gira. Fermati mondo!

Davanti scorgo un riverbero anomalo, un movimento d’aria che dilata i confini delle cose. Il sole in cielo è forte e mi riparo la vista con la mano. Forse è stato un riflesso. Ecco che succede di nuovo: un’ombra passa dove non ci dovrebbe essere niente, solo orizzonte. Ha una forma vagamente umana, eppure è solo una trasparenza più scura che riempie il vuoto. Forse un ectoplasma. Mi avvicino convinto che saranno stati gli occhi a giocarmi uno strano scherzo. Mentre mi muovo, sento distintamente dei colpi. Tonfi sordi in rapida successione. Mi guardo intorno ma vedo solo margherite primaverili che ondeggiano al vento. Vedo di nuovo l’ombra davanti a me. Compio un balzo in avanti cercando di afferrarla e SBAM. Una botta devastante arresta il mio salto. Cado all’indietro dopo aver rimbalzato come una palla sul muro. Vorrei urlare dal dolore ma non ci riesco. Giaccio immobile a terra. Le margherite sono sparite. Tutto intorno è una nebbia scura. Poi buio eterno. Cerco di muovermi ma sono bloccato. Non so neanche come faccia a respirare.

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GIAPPOCALISSE part 2

Devo smetterla col sakè, mi da alla testa e il cervello si estranea troppo. D’altra parte credo che mi sia concesso di aver cercato rifugio nella bottiglia. Non ho niente da leggere, la radio continua ad essere fuori uso, il cellulare neanche lo guardo. Quel fantasmagorico smartphone da 499 fottuti euro si è scaricato nel giro di un paio d’ore lo stesso giorno del casino, senza che mi sia stato minimamente utile. Durante il putiferio la rete è saltata subito, evidentemente a causa dell’intasamento delle linee e lo stesso è successo alla connessione internet. Tutta questa tecnologia spinta e poi, quando ti serve veramente, ti abbandona a te stesso. Non ho con me neanche l’agendina con tutti i miei codici e numeri di telefono annotati alla vecchia maniera. È rimasta in ufficio sulla scrivania, come lo zainetto che di solito mi porto dietro. Quella mattina mi ero dimenticato a casa l’abituale schiscetta e quindi ho optato per passare la pausa pranzo al ristorante sotto l’ufficio. All Sushi You Can Eat a 9 euro e 90. Solo a mezzogiorno. Mica male come offerta. Brutta cosa i ricordi.

Quindi, qua dentro ho incominciato ben presto ad annoiarmi. Perciò mi sono seduto davanti al mega schermo naturale che è diventata la vetrina del ristorante. Devo dire che in questi giorni da recluso per scelta, ne ho visti davvero di tutti i colori. In particolare, sono stato occupato a catalogare ben più delle cinquanta sfumature che il rosso del sangue può regalare. Già, perché di sangue, là fuori, ne scorre a fiumi.

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